martedì, 20 febbraio 2007
Non ho niente di preciso o di ordinatamente logico da dire. Potrei scrivere delle cronache dell'Eden, ma per ora non mi va.
So, so you think you can tell
Heaven from Hell,
Blue skies from pain.
Can you tell a green field from a cold steel rail?
A smile from a veil?
Do you think you can tell?
Mi viene in mente Coelho quando dice che siamo con un piede nella favola e uno nell'abisso. Non mi piace molto lui, non mi piaceva molto questa frase. Ora però la capisco.
Un'altalena che dondola, un pendolo che oscilla.
Da bambina, ho fatto tutte le cose che normalmente fanno i bambini. Poi ho fatto altre tre cose.
La prima, copiare da una stampa in casa di mia nonna un quadro di Joan Mirò. La seconda, cantare, oltre a Luna Rossa e a Maruzzella,la canzone delle tre sorelle. La terza, osservare il pendolo nero instancabile, appeso al muro in fondo al corridoio, l'angolo più buio della casa.
Tac, Tac. Tac, Tac. (Takk! ;) Senza fine.
Fastidiosamente ipnotico.
Ora però, ho smesso di copiare il quadro: le giornate s'intricano esattamente come la trama di quelle linee. E ho smesso di osservare il pendolo (anche perchè il tempo l' ha nascosto non so più dove) : adesso ad oscillare sono io.
So, so you think you can tell... Heaven from Hell...?
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Che poi in alcune (molte) circostanze bisogna lasciar decidere agli altri cosa è meglio per loro. E' così semplice. Basta apprensioni, preoccupazioni, dubbi, protezioni e aiuti non richiesti e forse non necessari. Ci sono tempi e tempi. C'è il tempo di osservare il pendolo, e c'è il tempo di oscillare. C'è anche il tempo di entrambi, e il tempo di nessuno dei due, ma questa è un'altra storia.
C'eran tre sorelle, tutte pien d'amor,
Anita la più bella si mise a navigar.
E mentre navigava, l'anello le cascò:
Alzò gli occhi al cielo, e vide un pescator.
- O pescator che peschi, vieni a pescar per me:
Ho perso l'anellino, e non lo trovo più.
- Se l'anellin ti pesco, tu cosa mi darai?
- Quattro zecchini d'oro e una borsa di denar.
- Non voglio gli zecchini, e nemmeno i denar; ma voglio un bacino, se tu me lo darai. La notte è buia buia, nessuno ci vedrà... soltanto la luna, ma quella lo sa già.
E mentre si baciavano qualcuno arrivò:
- Anita! cosa fai?- gridò il suo papà.
- Papà quand'ero piccola mi comandavi tu, adesso che son grande, non mi comandi più.
La canzone era questa. E anche in questo caso, ho smesso di cantarla.
Bye.
domenica, 07 gennaio 2007
Eccomi qui, non ero sparita.
Oggi guardavo il tg, e mi son venute in mente di seguito, quasi contemporaneamente, tre domande.
Domandiamoci perchè un uomo che corre dietro un oggetto sferico e rimbalzante guadagna miliardi su miliardi che gli permettono di scoparsi una pseudomodella, quando un uomo che lavora per la scienza, la ricerca, per assicurare ai suoi co-esseri viventi e alle successive generazioni un futuro "migliore" guadagna 800 euro al mese che gli permettono di NON avere una famiglia.
Oppure perchè la CNN fa carte false per intervistare Beppe Grillo mentre nella nostra libera televisione italiana non gli è concesso un minuto, nemmeno per dire "vaffanculo. a tutti".
Oppure perchè oggi 7 gennaio va in onda a ripetizione la bella pubblicità della bambina col tricolore, perchè l'Italia è un paese unito e graniticamente compatto, quando si lascia che la poltrona di vicepresidente del senato sia occupata da un nonsocosaconcravattaverde. (che poi davvero vorrei capire chi si è preso la briga di regalargli un 110e lode in MEDICINA&CHIRURGIA).
Cioè, un attimo, parliamone.
Spiegatemi che considerazione si può avere dell'Italia quando in politica lasciamo parlare geni del male e comici nati. Questo è Calderoli dopo la vittoria dell'Italia ai mondiali:
«È una vittoria dell'identità italiana, di una squadra che ha schierato lombardi, napoletani, veneti e calabresi e che ha battuto una squadra, la Francia, che, per ottenere dei risultati, ha sacrificato la sua identità schierando negri, musulmani e comunisti.»
Non la sapevo, mi era sfuggita,l'ho trovata oggi per caso, eppure seguo spesso i suoi show. E' geniale, ma davvero. Ed è ancora più geniale l'idea di lasciarlo lì dov'è. Ma comunque, nonostante meriti, non era di lui che volevo parlare.
Domandiamoci perchè in giro non c'è una parola, ma dico una, su tutte le guerre giuste che si combattono in Africa. Ah, e prendiamo una carta geografica. L'Africa e l'America del Sud non sembrano molto più grandi della bell'Europa. E' perchè sono rimpicciolite, le scale sono falsate. Domandiamoci perchè si accollano l'onere di disegnarle più piccole. Poi domandiamoci perchè se lo scopo della teconologia è anche quello di farci guadagnare tempo, nessuno ha mai un secondo per la vita vera. Dov'è tutto il tempo che la tecnologia dovrebbe farci risparmiare? dov'è, qualcuno lo vede? Domandiamoci perchè ormai s'inventano per noi strumenti infernali che ci rendono sterili, sempre di più. Pensiamo ad una cosa semplice, una cosa qualsiasi,allo spazzolino da denti, quello che non devi nemmeno più muovere il polso, che fa tutto lui.
...A cosa cazzo serve?
Domandiamoci perchè al posto di andare a giocare a tennis, compriamo il wii e ci giochiamo nel nostro salotto. Oppure perchè ci alieniamo, e ci diverte l'astrazione dalla realtà. Domandiamoci come si faccia a chiamare un soldato su un elicottero, con un mitra puntato, costruttore di pace.
Domandiamocelo, davvero.
Poi un'ultima cosa. Vorrei sapere anche, e molto, perchè ci si è presi la briga di spezzare in due gli androgini. Me la domando da sempre, questa cosa, e la infilo tra le altre domande inutili.
"L'imperfezione è la nostra parola d'ordine, il segno d'intesa che ci fa capire che stiamo parlando con un altro essere umano".
martedì, 12 dicembre 2006
Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa cosa. Così... Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo... salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti . No. Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti male. E' lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più s'ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.
Sai cos'è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. E' come se non fosse mai passato nessuno. E' come se noi non fossimo mai esistiti. Se c'è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E' tempo. Tempo che passa. E basta.
A volte me ne dimentico, ma amo questo libro come poche altre cose.
In realtà amo a tal punto tutto quello che faccio e tutto quello che fa parte delle mie giornate, che mi meraviglio - ogni giorno - che me ne sia concesso così tanto.
Domenica è tornato Giuliano. E' tornato per poco, ma dieci minuti con lui sono per me più preziosi di una settimana di vita quotidiana. Il primo momento in cui ho davvero guardato il mondo, è stato quello in cui per la prima volta mi ha parlato.
Torna dalla Costa d'Avorio, ed è in partenza per il Madagascar. Arriva, saluta, nota sul tavolo una torta di mele e inizia a tagliar fette a tutti. E vuole che ne mangiamo, eh. E' fatto così.
Poi si siede e inizia a raccontare. Un quarto d'ora e ti ha mostrato interi mondi, o modi di vedere, e di vivere anche, ogni volta nuovi e incantati, ti ha fatto vedere mille sorrisi e mille modi di soffrire, ti ha fatto entrare in venti capanne di paglia, ti ha fatto assaggiare il riso, ti ha fatto ascoltare la musica dei tamburi, e la voce dei canti, con il potere evocativo di un film, che manda in onda nei tuoi occhi, attraverso i suoi. Si alza in piedi, misura la stanza e ti dice che ci starebbero sei case - sei case- e che ci vivrebbero trenta persone -vivrebbero- in un posto così, lì. Poi ti chiede se vuoi partire con lui, tu gli sorridi, lui annuisce, fa per chiamare ed organizzare, si dispiace anche un po' quando gli dici che no, che non ci puoi andare, non ancora.
Oggi invece, ho rivisto Daniel.
Ci eravamo incontrati qualche mese fa. Dopo ,lui era partito.
E' stato quest'estate. Era finita la riunione, avevamo stabilito i progetti, parlato delle iniziative e tutto il resto. Aveva il treno la sera stessa, ma era ancora molto presto e gli altri erano già tutti andati via.
- Te hai da fare?
- In realtà dovrei studiare... ma fa nulla.
- Io ho tutto il pomeriggio libero. Se ti va, mi accompagni a vedere qualche posto bello della tua città.
- Da dove vieni, Daniel?
- Sono nato a Sanremo ma... vabbè, è lungo.
- E quanti anni hai?
- Ventotto.
- Mmm.
- Tu qualche anno in meno, immagino.
- Sì. Dai andiamo, t'accompagno a vedere il panorama da san Martino.
Mi ricordo tutta la conversazione, fino all'ultima parola. A quell'epoca, il Daniel di carta era già nato. Così, mi piaceva molto, quella circostanza. Oggi è tornato, accompagnato da Magdalena, una donna di Honduras, venuta in Italia per chiedere asilo politico ( storia che merita post a parte). Poi è scappato di nuovo, aveva il treno in serata.

Se l'inferno è ripetizione, questo è il mio inferno quotidiano. Un inferno che tutto sommato mi piace. Io sono seduta nella terza fila di banchi, al terzo banco. E' una buona combinazione. Ho scattato un po' di foto prima del corso di spagnolo, ma la mia scuola non è un grande oggetto d'arte.
Hasta manana!
Chiudi gli occhi, ragazzo,
e credi solo a quel che vedi dentro
stringi i pugni, ragazzo,
non lasciargliela vinta neanche un momento
copri l'amore, ragazzo,
ma non nasconderlo sotto il mantello
a volte passa qualcuno,
a volte c'è qualcuno che deve vederlo
venerdì, 08 dicembre 2006
Mattina, fermata del pullman.
E' presto, è molto presto, ed è un giorno di festa. Ti sei alzato che fuori pioveva, e come le altre volte, ti ha trafitto nel momento in cui aprivi gli occhi quella consapevolezza che non ti lascia tregua che nel sonno e che ogni mattina si rinnova e rigenera.Ti svesti svogliatamente, demotivato. Però ti vesti, perchè nei giorni di festa ti piace fare qualcosa che ti consenta di illuderti che prima o poi anche loro avranno giorni di festa, oltreoceano. Esci in strada e ha smesso di cadere giù acqua. Percorri lentamente il breve tratto che ti porta alla fermata.C'è un pezzo di cielo. Ci sono gli alberi.
Non sai bene che alberi siano, ma non hanno foglie, piuttosto aghi, e su ogni ago è infilata una perla d'acqua. Tu avanzi e come per raffinata geometria le aghifoglie s'inclinano e lasciano cadere le loro gocce rubate alla pioggia. Non ti colpiscono però. Semplicemente, te le lasciano sfilare accanto. Lanci un' occhiata in tralice, è bello quello che fanno, ma preferiresti non lo facessero. Preferiresti che tutto fosse immobile, bloccato nel tentativo di un gesto. Preferiresti che tutto si fermasse e ti lasciasse il tempo di recuperare un pezzo di strada. Un raggio di sole che non riscalda filtra tra nuvole e alberi. Tutto va avanti. Come sempre.
Sera, fermata del pullman.
Calzini bagnati di acqua di mare, in tasca ancora il cartellino con su stampato: granello di senape. Mattinata passata al banchetto in piazza, pomeriggio passato a Marechiaro. Immagini s'imprimono nel rullino interminabile.
Foto Uno: Gazebo bianco, colori e legni, volontari sorridenti.
Luce: mattutina e di sole.
Foto Due: Maschere di legno e intrecci di foglie di banano.
Sfondo: bluazzurroviolaverdegialloaranciorosso e quattro lettere bianche.
Foto Tre: Batik dipinti a mano, appesi al gazebo come panni stesi ad asciugare.
Sfondo: piazza affollata.
Foto Quattro: Annachiara (17), Imma(30?40?), Mari (24) Roberta (17), gestiscono prezzari ed artigianato.
Dettagli: Afriche generiche.
Foto cinque: panorama. Vulcano che cala nell'acqua.
Sfondo: aria a perdita d'occhio.
Foto Sei: distesa di scogli ondulati che s'intrecciano con onde.
Luce: dorata e laterale, da destra. Dettagli: schizzi di schiuma.
Foto Sette: ragazzo e ragazza seduti su scogli raggiungibili solo mediante traversata eroica.
Dettagli: vestiti completamente bagnati.
Foto Otto: mp3 caduto in acqua.
Dettagli: due espressioni stupite e divertite.
Foto Nove: Briciole di scogli. Verde d'acqua, bianco d'onda, blu e nero di muta profondità.
Luce: riflessi di sole. Dettagli: Bollicine come di acqua frizzante.
Foto dieci: quattro gatti seduti in fila, muretto di pietra.
Luce: sole tramontato. Dettagli: quinto gatto, nero, seduto su colonnina laterale.
giovedì, 23 novembre 2006
(Irene) - Io so come andrà a finire questa giornata. Qualcosa cadrà a mare...o la macchina fotografica, o lei.
Affacciata sul mare, sotto di me gli scogli, abbastanza alto, ma non pericoloso. Ho scattato delle foto.

Non so perchè lo sto dicendo, ma mi sembra importante. Sono le parole che non riesco a scrivere, ultimamente.

Comunicazioni di servizio: le foto non posso metterle tutte qui, non c'è spazio... sono nel blog vecchio. Ho fatto anche un video che mi piace un sacco, ma qui non lo metto perchè mi rovina tutti i colori...nel caso ve lo invio^^
martedì, 21 novembre 2006
Lei non ha detto precisamente queste frasi. Queste sono come le ricordo io.
* Scrivere con i sensi... usare i sensi...sentirli. A volte ce ne dimentichiamo, non ci facciamo caso. [...] Pensiamo al tatto per esempio: a quante persone sfioriamo per caso camminando per strada, al lavoro, in pullman, ovunque, pensiamo a quanto sia importante il contatto fisico con qualsiasi cosa. Prima ancora di vedere, impariamo a toccare per capire, per conoscere. Eppure, sottovalutiamo il suo significato. Non ci facciamo nemmeno caso, a quante cose tocchiamo, a quante cose si scontrano con le nostre percezioni.
* Tentiamo ora, per qualche minuto, di farci caso. Esempio: stringersi le mani, provateci... [...] Avrà un qualche significato? Cosa si prova, cosa significa? Qualche minuto per scrivere.
* Ok, stop. Completate le frasi, poi leggiamo.
Il valore del contatto, del morbido della pelle a scontrarsi con il pensiero, l'ideale. Il significato del tatto, dello sfiorarsi delicato di due mondi uniti da un lieve crocevia, un istmo di battiti e carne.
Io ho scritto questo. L'ho letto, ha meravigliato, bello. A me, ha fatto schifo.
* Pensiamo ora invece all'olfatto. E' un senso che subisci. Puoi chiudere gli occhi, distogliere lo sguardo, ritirare le mani e così via. Gli odori, invece, ti restano addosso, a volte ti restano per molto tempo. Quanto influiscono sulle nostre giornate?
* A ognuno di voi un sacchetto che contiene dell'ovatta imbevuta di un liquido, tutti diversi, odori diversi. Un quarto d'ora per scrivere tutto quello che vi evocano.
* Ok stop. Completate le frasi.
Distillato. la prima cosa che ho pensato è stato: distillato.
Sarà che è quello che facciamo tutti i minuti, distillare attimi liquidi e crearci un profumo denso e passato. Un odore strano, o meglio strano scrivere di un odore, così abituati ad escludere alcuni sensi, così anestetizzati dall'asettico e dal virtuale, dal mondo ripulito e disinfettato da tutti i difetti che presenta, quasi che le piccole macchie nere sulla superficie dello specchio non avessero ragione d'esistere.
Quasi che non fosse concesso all'estetica del progresso di perdersi in romanticismi quali gli odori, quasi come se potessimo sostituire il battere le dita su fredda plastica inanimata al frenetico solcare il foglio della penna. Quasi che dovessimo dimenticare di poter sentire, quasi che non ci fosse permesso di godere del bagnato del tatto e dei sapori e quasi che dovessimo perderci forzatamente nel dedalo degli artifici. Un rapporto rinnovato con la natura, quello ci vorrebbe. Avremmo bisogno di modi di vivere impressionisti, avremmo bisogno di essere pittori con i piedi sul bagnasciuga, i pantaloni arrotolati, a osservare il barcamenarsi del mare, e allora lì capiremmo. Lì capiremmo che non puoi parlare di una cosa senza averla vista, non puoi amare una cosa senza averla toccata, non puoi dipingere una tela senza
Il mio sacchetto sapeva d'alcol. E io ho scritto questo.Quando l'ho riletto ho pensato: "è esattamente uno degli artifici di cui parlavo". Sapevo quel che volevo dire, ma non l'ho detto, sapevo dove volevo andare a parare, ma non l'ho fatto.
Pura estetica. Una scrittura di facciata, estetizzante, narcisista e fine a se stessa.
E' una bella scatola, ma è vuota.
Così ora, ho un rifiuto per le parole. Un rifiuto quasi a livello fisico, m'infastidisce proprio l'impatto visivo con le lettere. Che mi resta da fare?
Demolire tutto, poi ricominciare a costruire. Ho smontato una capanna e dovrò ricostruire un palazzo. Poi butterò giù il palazzo e costruirò una torre, poi un ponte, poi una palafitta e così via.
In fondo questo distruggere e costruire mi piace, mi dà un senso di dinamismo, di movimento, di viaggio; allontana la sensazione di statico e di immobile, che non tollero, e non è nemmeno difficile, considerando che le fondamenta restano sempre le stesse.
Adesso mi spiego perchè ultimamente sentivo l'esigenza di immagini, l'esigenza di scattare foto: come se avessi bisogno di comunicare con qualcosa di più diretto, più immediato, più vero.
Ho fatto un grande sforzo per scrivere tutto questo: mi sono impegnata a fare una cosa che al momento mi è molto antipatica, giusto per spiegare. Nei prossimi giorni però, mi sa che farò solo vedere foto.^^
Vado a mangiare biscotti allo zenzero, và.
mercoledì, 15 novembre 2006
Se prendere appunti significa segnare le parole dell'insegnante, oggi ci sono riuscita. Non sono andata per le mie vie, ho scritto più o meno quello che lei diceva, facendo uno slalom geometrico per scartare tutte le informazioni inutili.^^
Voleva essere un libro.
Non si perdonava nulla, nessun errore di battitura
voleva che la sua vita fosse uno spunto di riflessione per gli altri
come dovrebbe essere per tutti
a meno che non ci si chiuda in un egocentrismo egoista
pretendeva tutto da sé , tanto da condannarsi e annoverarsi tra i dannati
perchè chi pretende molto da se stesso è consapevole di esserne capace
perchè se gli era stato affidato questo fardello qualcuno sapeva che avrebbe potuto sopportarlo
pensiamo allo soprt, alla danza, all'agonismo, non si pretende nulla da chi non può
perchè che ci piaccia o no, nella vita non saremo mai tutti uguali
per il semplice fatto che ognuno è un universo a sé
e un universo irripetibile
qualunque cosa tu scelga di fare nella vita, io dico sempre,
bisogna che tu la faccia al meglio
o io dico, io dico sempre, non ha senso
9 in filosofia e 6 stentato in matematica, era una riniuncia ridicola
se avessi superato l'handicap visivo del numero
- non mi piacciono i quaderni a quadretti, faccio dei numeri bruttissimi-
sarei riuscita a capire che la matematica
la fisica
a certi livelli
è pura filosofia
trasposizione
transfert schizofrenico, aveva deciso così
perchè dava fiducia alle capacità dell'uomo
il dolore dell'anima
come fai a farlo capire?
come fai a farlo vedere?
"ora ti faccio vedere quanto sto soffrendo" apri la camicetta e dici " ecco, questa è la mia anima che soffre"
fai così?
certo che no
allora stilli
lacrime
e gesti, magari dopo te ne penti, quante volte te ne penti
impressionare gli occhi per impressionare dentro
perchè restiamo sempre più colpiti dal dolore fisico che dal dolore dell'anima
e allora l'arte è uno stratagemma
far soffrire l'estetica per colpire i sentimenti
è solo un trucco.
martedì, 07 novembre 2006
Scrittura creativa.
Secondo esercizio: convogliare su carta le sensazioni provocate da un'immagine. Forza su, scegliete una cartolina.

Scelta? Bene. Guardate la vostra immagine e scrivete tutto quello che vi passa per la testa. Nessuna consegna, solo un incipit : vedo. Mi raccomando, senza rileggere. E senza cancellare nessuna parola già scritta, vediamo cosa esce fuori. Cinque minuti esatti da...adesso.
Vedo
scintilla brivido battito attrito
strapiombo che cala, cala sul mare, bocca bagnata
e l'antro trasparente tra collina e collina di sale e di schiuma
d'erba e di sabbia
vedo e sono occhio
occhio muto e aria vento spazio cielo, dita
vedo e sono erba e sabbia, sale e schiuma, aria e battiti
corsa e lancio, lancio nel vuoto, caduta libera
immagini perse tra colline e acque e onde
lo sforzo estremo di resistere
resistere o tuffarsii bagnarsi lanciarsi.
E un francobollo a sugellare l'immagine
sigillare ricordo e viste
muta memoria di un viaggio vicino
verde sconfitta tra bianchi sussurri.
ma ancora, ancora c'è tempo.
Ok, stop.
Passati cinque minuti, leggiamo un po' cosa avete scritto.
lunedì, 06 novembre 2006
Ora di inglese, regole grammaticali -e non- a farsi benedire.
Ci credo, c’è poco da fare.
Nel finalismo degli eventi, ci credo, mi riesce spontaneo, quindi penso di non sbagliare se chiamo in causa la fede: credere in qualcosa senza averne prova alcuna, è , per definizione, fede.
Tutto succede per caso? No.
Sarebbe assurdo, ma l’assurdo non esiste, quindi.
C’è una verità elementare, la cui ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani: nel momento in cui ti impegni a fondo, anche la provvidenza allora si muore. Infinite cose accadono per aiutarti, cose che altrimenti non sarebbero mai avvenute.
Tutto è organizzato per una causa - o meglio - per un fine, e quando gli eventi sembrano aver perso un corso razionale, è solo perché i pezzi si stanno mescolando vorticosamente per trovare la posizione geometricamente esatta, per comporre il futuro in un incastro perfetto. Tutto ha un senso e niente succede per caso.
Sarà una cazzata ok, è una spiegazione semplicistica e cieca, ok. È la mente popolare che crede in ciò che desidera sia vero e non in ciò che è vero ok, ma mi piace pensarla così.
Mi piace perché mi consente, quando qualcosa va male, di dirmi
È andata così perché doveva andare così. Stop e addio.
Niente se, niente ma, niente magari, forse, poi però, peccato che. Solo stop e addio.
Le cose vanno, e che tu pianga a singhiozzi,ti tagli le vene e ti induca il vomito, vanno e andranno sempre, indifferenti, indifferenti.
Noi, si può solo scegliere. Scegliere di affrontare gli eventi, tentare di cambiare tutto quello che non ci sta bene, ma poi, guardare avanti, sempre.
Non tutto ciò che viene affrontato può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non viene affrontato.
Appunto.
Per il resto però, guardare avanti, non voltarsi indietro se non per osservare i ricordi, gioirne o trarne insegnamenti poi è uguale,conta solo
guardare avanti, e godersi non solo l'idea della meta,dell'arrivo, ma anche il percorso, la strada, i passi.
Ho iniziato questo discorso così grande per dire una cosa banalissima.
Questa notte sono stata esattamente fino alle 3:47 a scrivere, cazzate ovviamente, ma chissenefrega, secondo me meritavano.
Queste circa quattro ore post-mezzanotte hanno sostituito le ore che teoricamente avrei dovuto dedicare allo studio. (Domanda lecita di Sara: “Robbè, ma tutto il resto della giornata che cazzo fai?”… già… che cazzo faccio?? )
Mentre scrivevo, però, la mia ‘fede’ mi suggeriva che potevo farlo, che non avrei avuto ‘problemi’. L’ha detto lei, mi sono fidata.
E infatti: prime due ore, compito di francese saltato perché siamo entrati tutti alla seconda ora. 3° ora di filosofia, Chiara chiede la spiegazione su Hegel prima che lei se ne vada per la visita medica, quindi niente interrogazione su Kant, Fichte e Schelling. 4° ora di storia, tutti i rappresentati di classe sono chiamati in sala blu per discutere con il preside. 5° ora di inglese, la riunione con il preside è finita, ma i rappresentati decidono deliberatamente di fingersi alla riunione e di rientrare giusto un attimo dopo – tempi calcolati, precisione matematica – che i nomi dei condannati siano già stati fatti. Divertentissimo.
Ora sono in classe a ridere di queste “coincidenze” e della mia deficienza.
Allora dimmi se tu sai contare.
E dimmi se sai anche camminare.
Contare e camminare insieme a cantare.
E unoduetrequattrocinquediecicentopassi,
Unoduetrequattrocinquediecicentopassi.
venerdì, 03 novembre 2006
- Mamma perché mangiamo?
- Per tenerci in vita, Elodie.
- E perché a volte cadiamo?
- … Perché a volte perdiamo l’equilibrio.
- Perché abbiamo bisogno di un equilibrio?
- … per vivere bene, tesoro.
- E un equilibrio basta?
Quando iniziava con queste domande, metteva in crisi chiunque. Sua madre, i medici, le infermiere, forse anche Dio.
- Vuoi qualcosa da mangiare?
- Un equilibrio basta?
- ...A volte, sì.
- E le altre volte?
- Le altre volte serve altro.
- Altro cosa?
- Non lo so, Elodie, altro può essere tutto.
- A te cosa basta, mamma?
- A me basti tu.
- Non mentirmi. Saresti molto più felice senza di me, e se non fosse per me, papà sarebbe ancora a casa, non sarebbe scappato via.
- …
- Perché ci facciamo delle domande?
Preoccupata/ - E’inevitabile, bambina mia. Perché non provi a riposare un po’…?
- Perché non sono stanca. Quindi noi mangiamo per tenerci in vita. Ma perché ci teniamo in vita?
- Elodie, sai che non so rispondere a queste tue domande. Non ci riesce nemmeno il dottor Venbau, non ci riesce nessuno.
- Non ci riesce nessuno solo perché non ci pensano abbastanza, secondo me.
Chiamare l’infermiera? Il medico? Non avrebbe senso. Ormai era abituata ad essere spaventata da quella sua stessa creatura, al tempo stesso imperfetta e bella, sbagliata e giusta.
- Sai mamma, secondo me c’è una spiegazione a tutto.
- …
- Al perché di noi, al perché delle onde del mare, al perché del rosso e rosa delle ali della farfalla che vedo girare intorno alla tua testa.
Allarmata/ - Quale farfalla?
- Quella che ora si è posata sulla tua tempia.
- Non c’è nessuna farfalla, Elodie!
- Oh sì, mamma, anzi, ce ne sono due. L’altra è azzurra.
No, non di nuovo, non le allucinazioni ancora, ti prego, Dio no
- Calmati. Calmati, respira forte e chiudi gli occhi.
- Se chiudo gli occhi non potrò proteggerti dalle api che stanno tentando di pungerti.
- Elodie fa’ quel che ti dico!!
Chiude gli occhi. Silenzio.
- Mamma, non vedo più le farfalle.
- …Dio, ti ringrazio.
- Però sento una voce.
- …
- Mi chiede perché gli uomini soffrono, e vuole saperlo da te.
- …
- Fai presto, dimmelo, è importante che lo sappia ora, ha fretta! Non farla arrabbiare, altrimenti inizierà ad urlare nella mia testa.
Panico. Inevitabile.
Cristo perché? PERCHE’ ?
- Non muoverti. Vado a chiamare qualcuno che conosce con esattezza la risposta.
- Ok, ma fai presto.
La madre esce, disperata, l’ennesima sera a tentare di sedare i deliri della bambina, l’ennesima battaglia a mani nude contro un destino strano. La bambina resta immobile, nel suo piccolo pigiama bianco, a combattere le voci dentro di sé.
- Sta arrivando mamma con la risposta, ti prego smettila, aspetta che arrivi lei… Non urlare, non urlare ti prego! Non lo so perché gli uomini soffrono, non lo so!!
***
A volte, non resta altro da fare che affidarsi alla follia... l'assurdo non esiste.
lunedì, 30 ottobre 2006
Cadono le foglie.
Che cosa ovvia, una cosa che si sa, non stupisce, fa parte del ciclo.
Forza bambini, scrivete 5 pensierini sull’autunno.
D’autunno cadono le foglie.
Il primo è sempre questo. O almeno, il mio primo, era sempre questo.
Certe cose te le insegnano già come ovvietà, e c’è poco da fare, quando sei seduto dietro un banchetto minuscolo su una sedia piccolissima a bere tutto quello che ti raccontano.
Così svegliarsi dal sonno dogmatico non è uno scherzo dopo anni e anni che non ci pensi, lo sai che cadono e sai anche che è logico che sia così, non potrebbe essere altrimenti.
Cadono le foglie.
Io l’ho visto oggi, per la prima volta.
Sono uscita da scuola, ho respirato la libertà, preso congedo dal beneamato Schelling e… ho visto le foglie.
Che volavano.Nel vento.Forza bambina, scriviamo 5 pensierini sull’autunno. Amo l’autunno, mi fa pensare alle castagne,alle torte di mandorle, ai delicati colori degli alberi, ai capelli castani delle ragazze che giocano col vento,ai dolci risvegli d’Ottobre.
Mi fa pensare ad un sole tiepido, ad una brezza che avverte “attenzione! Godetevi gli ultimi giorni di mite temperatura, sta arrivando mio fratello!”, ad una semilibertà lieve, moderata.
Nessun eccesso, nell’autunno, nessun freddo bianco e trasparente, nessun calore rovente, nessun fiore, nessuna rinascita.
Giorni tranquilli, colorati d’arancio e castano.
E in aggiunta a tutto questo, cadono le foglie.
sabato, 28 ottobre 2006
Scritto ai tavoli di piazza 4 giornate. Uno dei pochi posti di questa città che mi mancheranno.
- Sono le undici e trenta di un pallosissimo 28 ottobre 2006. Inizia così. – Valerio.
Ok, inizio così.
- Scrivi: Andrea sta limando il carbone con un elastico. – Andrea.
Ok, scrivo anche questo.
In realtà siamo seduti in piazza ad un tavolo che ha subìto un attentato: è perfettamente carbonizzato e lascia delle tracce nere indelebili su qualunque cosa vi si poggi sopra.
- Scrivi anche : causando un moto di disgusto in Chiara. – Chiara.
Bene.
Ho capito la faccenda delle tracce nere indelebili schiacciando entrambe le mani sul tavolo.
- Ma perché devo mettere sempre le mani nei posti più fetenti?
- Perché è insito nella tua natura. – Valerio.
- Oh! L’ho colpita! – Andrea.
Tenta di uccidere una mosca con l’elastico. Poi mi si avvicina e legge quello che ho scritto.
- Cosa l’ho capita? Io non ho mai detto l’ho capita. – Andrea.
- Robbè…stai modificando la realtà eh? – Marcy.
- No, coglione, ho scritto l’ho colpita.
- Lo sai che una mentos nella coca cola fa un’esplosione? – Andrea.
Se se, vabbè.
- Andre mi dici la soluzione dell’indovinello?
- Quale indovinello?
- Mi hai chiesto cinque minuti fa perché Belzebù ha ucciso la sua prima moglie.
- Ma non è un indovinello… è una mia curiosità.
- Veramente? … e io ci stavo pensando da dieci minuti!
- Dieci eh? Rincoglionita… - Marcy.
- Marci mi passi il tuo polsino della pace? – Andrea.
- Quello non è un polsino. È un laccio emostatico per il prelievo del sangue. – Valerio.
- Ohi… parlate più piano, non riesco a mantenere il passo!
- Io mi esaurirei a scrivere tutto. – Marcy.
Ma no, è divertentissimo. Io sono il regista e voi gli attori, in un processo al contrario.
Stanno parlando di milioni di cose, cazzo.
- Sentite, fate cinque minuti di silenzio, io recupero tutto, poi ricominciate.
Wow, lo fanno davvero.
Hanno appena parlato di quello che è successo oggi in classe. Quando uno alla volta, tutti, siamo stati sottoposti ad una tortura rapida ma crudele. Non c’era lezione, dovevamo solo scegliere i rappresentati di classe, eppure siamo stati chiamati uno per volta alla cattedra. Una lenta processione in cui ognuno di noi è stato costretto ad affrontare, SOLO, il suo peggior nemico: il futuro.
- Discetti, alla cattedra.
Che? Vabbè vengo.
Una domanda senza preavviso. A bruciapelo.
- Che università vuoi fare?
Cosa? Ma sei pazza? Come ti viene di domandarmelo così?
- …A cosa le serve saperlo?
- Orientamento.
- …Non ne ho la più pallida idea.
E me ne torno a posto, come se fossi stata insultata.
- Ho un’intolleranza verso i cromosomi. Intolleranza cromosomiale. – Valerio.
Bah.
- Andre tu invece cosa vuoi fare?
- Non lo sapete voi e dovrei saperlo io?
- Magari… eccheneso!
- Mmm… l’apicoltore. Voglio fare l’apicoltore.
- Ti fermi un attimo e mi fai leggere cos’hai scritto? – Valerio.
Legge, poi alza gli occhi dal foglio e guarda una ragazza passare.
- Che bello quando le donne camminano senza reggiseno.
…
- … Io cammino sempre senza.
- Se vabbè. Tu sei tu.
Certo che con la tautologia si risolve tutto.
- Stasera vogliamo fare delle candele? – Mony.
- Locandine?
- Candele, sorda. È la mia massima aspirazione, fare candele. Poi posso anche morire felice.
- Ti accontenti di poco.
- E sapete cosa vi dico? Che nel mio testamento ho lasciato tutte le mie candele a qualche membro onorario delle mie conoscenze.
- No, io non lascio niente a nessuno, dividetevi tutto voi. Però se muoio ci sono due cose fondamentali che dovete fare, e Marcy le sa già.
- Me l’hai detto a settembre.
- Di cosa si tratta? – Mony.
- Uno, importante, chiamare e dirgli cosa mi è successo, altrimenti non lo saprebbe mai e mi rivolterei nella tomba. Due, prendere tutte le cose che ho scritto, tutte, e pubblicarle.
- Non ti preoccupare, lo faremo. – Finta commozione.
- Io vado a vedere quanti voti ha preso Terribile. – Valerio.
Si è candidata come rappresentante d’istituto una ragazza che si chiama Federica Terribile e che non ho il piacere di conoscere, con lo slogan “ Se non vuoi una scuola orribile, vota Terribile.”
…
Merita tutto il nostro appoggio.
- Ok, veniamo anche noi.
venerdì, 27 ottobre 2006
Perché Toccata e Fuga. Perché mi piace, come idea, come suono, come concetto, ma non solo.
Boato.
Tutto inizia così. Il boato del tutto, che esplodendo diventa un po' meno,un infinito un po' più piccolo, più ristretto in alcuni confini. Vallo a spigare poi, che non finisce tutto lì, che continua tutto dietro l'angolo del nostro piccolo sistema solare, per non citare il nostro pianeta, piccolo da fare tenerezza. Valli a guardare i suoi abitanti poi, -il nulla- miliardi di particelle di nulla - perchè Qualcuno dovrebbe occuparsene? A chi potrebbero interessare?- miliardi di niente- non li vede nemmeno, dall'alto del tutto, perchè dovrebbe preoccuparsene- ma non lo capiranno. Che poi, quando parli dell'universo va sempre a finire che nessuno ci capisce più nulla. Sarà anche ovvio, è come voler mettere un lago in una bacinella. Semplicemente, non ci sta, e c'è poco da discuterci su. A poco serve conoscere alla perfezione il lago, perchè da quei dati precisi non si può che cavare l'esatta consapevolezza dell'impossibilità di ficcarlo nella bacinella. Però la vista del lago, piace. Dà alla testa. Come un attacco di vertigini. Su un picco di montagna, magari. E allora
Toccata.
Sulle corde di noi violini. C'è anche da dire che non siamo tutti violini. C'è chi si sente chitarra classica, chi pianoforte, anche qualche chitarra elettrica. Poi ci sono le percussioni. Vai a far capire ad uno che è una batteria cosa significa una toccata sulla terza corda dell'anima. Se non hai le corde, magari non te lo immagini nemmeno. Così arriva il
Silenzio.
Perchè quando ti trovi davanti all'immensità della musica che attraversa il tutto, non puoi che restare in silenzio. La tua voce non sarebbe che un infantile atto di vandalismo nei confronti della perfezione di quella musica, e del resto, ci sarebbe anche poco da dire. Non capiremo mai chi sta suonando l'arpa dal punto più alto, e allora possiamo solo ascoltare l'intreccio di note e di vita.Sembra facile eh. Ma non si può ascoltare per sempre, arriva anche il momento della
Fuga.
Perchè alla fine, va sempre così. Cerchi di fare, e che tu riesca o meno, la fine è sempre una fuga. Una fuga dal troppo- chi potrebbe sopportarlo per sempre? (nessuno)- e poi si ricomincia. Un nuovo boato. Poi toccata e silenzio.E Fuga.
(17 Luglio 2006)
"Mi piaceva che il titolo lo dicesse. Adesso lo dice"